Avevo deciso di non scrivere più.
Il dolore ottunde il cuore e rende l’anima incredibilmente vulnerabile. Scrivere dei miei fantaccini, “i miei morticini” come amo chiamarli io, adesso è troppo doloroso. Insieme alla mia mamma, la vita sembra avermi strappato via una parte di me, quella parte che mi fa battere il cuore.
Avevo deciso, poi è arrivata una telefonata così inaspettata da avermi fatto dubitare della mia decisione. È stata Clementina Papa a contattarmi, a raccontarmi la storia di suo zio Carlo, a farmi avere i documenti. Mentre mi parla non so come dirle che non voglio più scrivere di guerra e di morte, di sofferenze e disperazione: da tre mesi sono ospiti fissi del mio cuore, non ne voglio ancora.
Ma Clementina va dritta al punto, al cuore magnifico della storia. Non ci sono morti, non c’è quella crudeltà delle guerre. Non c’è odio stavolta, c’è tanto amore. È la mia mamma che mi manda questa storia, forse è stata lei, lei che amava tanto i miei racconti, a non volere che smettessi. Lo dico anche ad Anna Maria, la figlia di Carlo Papa, vero eroe di questa storia, pur col timore che mi creda pazza, quando mi ha chiesto come sono arrivata a questa storia: me l’ha mandata la mia mamma.
Quando penso a un “Carlo Papa” modicano, non posso che immaginare un privilegiato dalla sorte. Invece… invece Carlo il dolore lo conosce bene, sin da bambino. Aveva 3 anni quando non smetteva più di piangere perché la sua mamma non gli rispondeva, quella mamma che lo coccolava sempre amorevolmente, che adesso se ne stava immobile senza neanche guardarlo. Ha pianto talmente tanto quel bimbo che le balie si sono intenerite e l’hanno messo accanto a quel che rimaneva di Giovanna La Rocca. Quella bellissima ragazza di appena 39 anni aveva tutto quello che una donna avrebbe desiderato: 5 bambini bellissimi, uno splendido palazzo e un marito nobile, ricco ed innamorato di lei. Aveva tutto, tranne che la vita. L’epidemia di spagnola aveva mietuto migliaia di vittime anche qui da noi e aveva messo al pari tutti: ricchi e poveri, belli e brutti, donne felici e donne disperate.
L’anno dopo il padre assume una governante austriaca, Carlotta, per accudire i bambini e gestire la casa. Carlo va a vivere a Vienna: lì potrà frequentare le prestigiose scuole austriache, lì imparerà la sua prima lingua. E lì tornerà a trovare l’amore di una famiglia. Le sorelle di Carlotta lo accudiscono come un membro della famiglia e lui si legherà tanto ad Anna e a Maria da chiamare così sua figlia.
Non è apologia di un uomo, è premessa necessaria per spiegare quel che quest’uomo ebbe il coraggio di fare.
Torniamo a Carlo, bambino fattosi uomo a Vienna, germanofono non per scelta: il tedesco è la sua lingua. L’italiano lo parla talmente strano che il contado di Rosolini, dove la famiglia si trasferisce dopo la morte della madre, lo definisce “toto”.
Finiti gli studi è costretto a rientrare: è scoppiata la guerra, la patria chiama.
Non racconta della guerra alle sue figlie, non vuole ricordare l’orrore, non riesce. Al rientro non vuole neanche stare al buio, neanche alla notte. Troppo orrore, meglio dimenticare. Solo un atto racconta, solo un aneddoto, uno di quelli che basterebbero a fargli erigere una statua e intitolargli vie.
Dopo l’armistizio continua ad essere tenente del Regio esercito, ma è un antifascista convinto: chiedano pure i tedeschi di collaborare, lui ha sempre una scusa per non accettare. Accetta invece senza pensarci sopra la richiesta folle e disperata di un uomo, Giulio Libutti: suo figlio è stato arrestato dalla polizia tedesca per attività antifascista. Entro pochi giorni verrà deportato insieme agli altri ufficiali e, appena sarà acclarato che è lui il capo della banda operante a Cassino, verrà certo passato per le armi. Gli altri faranno la stessa fine o saranno deportati per crepare in qualche lager.
Carlo è un uomo nobile non per il suo lignaggio, quanto per la sua “non comune rettitudine e sentimenti antinazisti”. Così scrive Giulio Libutti, quell’uomo che conosceva Carlo da tanti anni e che sapeva che non l’avrebbe tradito. Carlo non se lo fa ripetere: fa fare documenti falsi e col suo perfetto tedesco non esita un solo attimo: il giorno dopo si presenta quale “ingaggiatore della TODT” presso il carcere di Frosinone in cui sono in custodia i membri della banda.
“Dopo lunghe discussioni e mediante l’argomento di 20.000 Lire che elargimmo riuscimmo a farci consegnare i seguenti ufficiali”. Così scrive il tenente Papa e segue un elenco di 9 nomi di ufficiali, quello del soldato Giorgio Riccardi e, dopo lunga e rischiosa trattativa, quella dell’ipotetico capobanda tenente colonnello Zincone e di qualche altro detenuto.
Nove ufficiali. Un soldato semplice. Altri detenuti.
Eccetto che per Francesco Libutti, figlio del suo amico Giulio, quegli uomini erano degli sconosciuti. Quanti di noi avrebbero rischiato la vita per salvare quelle di sconosciuti? quanti di noi in uno stato di indigenza avrebbero procurato 20.000 Lire del ‘44 per strappare dalle mani dei nazisti degli antifascisti conclamati? Quanti di noi avrebbero messo a disposizione la propria vita per salvare quella del figlio di un amico?
Lo sapeva bene Giulio, lo mette nero su bianco chiaramente: “Tengo a far rilevare che mentre io ho agito perché spinto soprattutto dalla necessità di salvare mio figlio ed altri congiunti, il Ten. PAPA ha agito solo per ragioni di amicizia e di solidarietà tra ufficiali italiani e quindi se vi è merito nell’azione da noi svolta, esso va tutto al Ten. PAPA.”
Carlo Papa è stato il giovane rampollo di un’importante famiglia modicana, omonimo e congiunto del Carlo Papa il cui busto campeggia proprio di fronte il Liceo Campailla.
Carlo Papa è stato soprattutto un uomo retto e coraggioso, tanto da rischiare la sua stessa vita per salvare quelle di sconosciuti. S’è finto tedesco, ha corrotto gli ufficiali e ha brigato per potersi sentire un uomo vero, per poter raccontare ad Anna Maria, Rita e Giovanna, le sue bambine, che anche nell’oscurità aberrante delle guerra, può esserci una scintilla d’amore, un faro che parte dal cuore nobile di un uomo che è nobile, che lo è per davvero, ma non per il suo lignaggio, quanto per la sua anima.
Io continuo a credere che sia stata mia madre a mandarmi questa storia.
Lei che amava i miei racconti, lei che credeva negli uomini giusti, lei che sapeva che anche nel buio più fitto esiste qualcuno che non si volta dall’altra parte.
Questa storia non parla solo di guerra.
Parla di ciò che resta umano quando tutto intorno si disfa, dell’amore che resiste, malgrado tutto.
Possa la sua città onorare l’altro Carlo Papa:
l’eroe antifascista, l’uomo che non ha esitato a restare uomo.